L’orizzonte bianco di un luogo fuori dal tempo

Il Salar de Uyuni celebrato dalle guide è un luogo di folla e prospettive forzate. La mia ricerca era di un’altra essenza: la solitudine assoluta, il silenzio che fa rimbombare il battito del cuore. Per trovarla, ho dovuto lasciarmi alle spalle i tour organizzati e contrattare a Uyuni con Jaime, un guidatore Aymara il cui volto era una mappa di rughe scavate dal vento salino. La sua Toyota Land Cruiser, carica di viveri, acqua e taniche di carburante extra, era la nostra astronave per un viaggio di tre giorni attraverso il “desierto blanco”. La prima regola che mi impartì fu: “Qui, il vero pericolo non è perdersi, ma perdere il rispetto. Il sale è vivo e tradisce”.

Abbiamo puntato dritto verso sud-ovest, lontano dalle rotte consuete. Dopo poche ore, ogni traccia umana scomparve. Ciò che resta è un orizzonte perfetto, un cerchio di bianco accecante interrotto solo, in lontananza, dalle sagome violacee dei vulcani spenti. Guidare sul Salar asciutto è un’esperienza ipnotica: la crosta di sale, increspata in esagoni quasi perfetti, scricchiola sotto le ruote con un suono di vetri rotti. La sensazione è di camminare su un oceano ghiacciato, sospeso tra terra e cielo. Il nostro obiettivo non era la famosa Isla Incahuasi, brulicante di turisti, ma la sua cugina minore e dimenticata, la Isla del Pescado. Quando finalmente è emersa dallo scintillio, è apparso un miraggio di roccia e vita: un isolotto coperto di cactus giganti (Trichocereus pasacana), alcuni alti oltre dieci metri e vecchi di secoli. Salire sulla sua sommità e guardare l’infinito bianco che la circondava da ogni lato provocava una vertigine esistenziale. Eravamo un puntino su una pagina immacolata.

Il secondo giorno, Jaime ha deviato verso un luogo di cui parlano solo i locali: il Cimitero dei Treni di Chiguana. Non quello accessibile, ma un sito remoto dove i relitti delle locomotive a vapore della vecchia ferrovia mineraria (abbandonati negli anni ’40) giacciono in uno stato di degrado sublime. Mentre il sole tramontava, tingendo il sale di rosa e oro, quelle carcasse di metallo arrugginito sembravano scheletri di balene preistoriche in una landa bianca. Il vento, un flusso gelido e costante, fischiava tra i loro finestrini sfondati, suonando un’elegia per un’epoca di sfruttamento finita.

La notte, accampati in un rifugio di mattoni di sale ai margini del salar, ho vissuto il momento più magico. Spento il fuoco, sono uscito. Niente, in vita mia, mi aveva preparato a quello spettacolo. Senza un fotone di inquinamento luminoso, la Via Latrea si stagliava da orizzonte a orizzonte, così densa e luminosa che proiettava un’ombra debole sulla crosta di sale. La superficie, liscia come uno specchio, raddoppiava il cielo stellato. Camminavo in un universo di cristallo, sospeso tra due firmamenti. In quel silenzio cosmico, ho capito la vera natura di questo luogo: non è un deserto, ma un gigantesco specchio che riflette, prima di tutto, la tua piccolezza e la meraviglia del pianeta. Il Salar turistico ti regala una foto. Il Salar profondo, quello che richiede tempo e rispetto, ti regala un’epifania.

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